Ensemble di Roma«Il topo, preso nella morsa della trappola, ormai alla fine della sua breve e misera esistenza, alza un canto al cielo e al mondo, senza rimpianti o nostalgie racconta quello che ha visto, quello che ha capito. Non si lamenta il topo, non protesta: la vita è così e non potrebbe essere diversamente, la sua è una consapevolezza quasi leopardiana, la sua dignità non vuole essere scalfita da inutile e penose illusioni. Le illusioni il nostro topo poeta e filosofo le lascia agli uomini. Ha osservato bene gli uomini, nascosto negli angoli bui, perché gli uomini schifano la vitalità selvaggia e zozza dei ratti, quell’adesione assoluta alla vita e alla morte, quell’energia primaria che si distende nella fame, nel sesso, nella lotta per sopravvivere. Gli uomini non accettano che la vita sia questa battaglia infinita, preferiscono le belle menzogne, preferiscono separarsi dalla brutalità sincera della natura e inventarsi un altro mondo, città fantastiche, amori impossibili, arte sublime. Il topo sa che gli uomini si ingannano, però non può non ammirare la potenza dei loro sogni, capaci di innalzare grattacieli, cattedrali, poemi, di far volare le astronavi e i desideri più incredibili.
Il topo muore nella sua stoica e triste consapevolezza. Gli uomini vivono e muoiono creando universi fatti forse di aria e sapone, bolle pronte a esplodere in un attimo: ma sono bolle meravigliose, e il topo, stritolato nella trappola, ancora le ammira, ancora le invidia».
Marco Lodoli